Global public good provision in emergency states: A model of (asymmetric) yardstick competition between rent-seeking governments
Le crisi globali pongono i governi di fronte a un dilemma di politica pubblica. Quando la risposta richiede un bene innovativo, ciascun paese può contribuire al suo sviluppo, sostenendone costi e rischi, oppure attendere e acquistare la soluzione sviluppata altrove. Il Covid-19 ha mostrato il problema: alcuni governi hanno finanziato ricerca, adattamento tecnologico e capacità produttiva; altri si sono affidati a vaccini prodotti all’estero.
Nell’articolo “Global public good provision in emergency states: A model of (asymmetric) yardstick competition between rent-seeking governments”, recentemente pubblicato su Socio-Economic Planning Sciences, Giuseppe Di Liddo e Annalisa Vinella studiano questo dilemma in una prospettiva di political economy. Gli autori considerano due paesi identici, governati da politici interessati all’estrazione di rendite, che scelgono la spesa pubblica per aumentare la probabilità di rielezione e massimizzare la rendita ottenibile in due periodi. Ciascuno può finanziare l’adattamento di una tecnologia e la capacità produttiva, oppure non investire e procurarsi il bene sul mercato internazionale. Investire comporta una rinuncia immediata di rendita e il rischio di fallimento. In caso di successo, il governo acquista il bene a un costo inferiore e, se l’altro non ha investito, può appropriarsi di parte dei ricavi da esportazione, sfruttando il potere di autorizzare o vietare le vendite all’estero.
La competizione politica assume la forma della concorrenza comparativa (yardstick competition), studiata soprattutto per governi locali e meno per quelli nazionali. Nell’articolo diventa plausibile durante un’emergenza internazionale, quando l’attenzione dei media rende salienti le differenze tra paesi. Gli elettori non osservano costi, rischi e rendite, ma confrontano i servizi forniti prima delle elezioni: la spesa corrente è quindi un investimento politico, che riduce la rendita presente ma accresce la probabilità di un secondo mandato.
Quando i governi adottano la stessa strategia, affrontano gli stessi costi, rischi e ricavi: l’equilibrio è simmetrico e la concorrenza comparativa opera senza distorsioni. Se le strategie differiscono, chi investe sostiene il costo iniziale e il rischio tecnologico, ma può ottenere risparmi e rendite da esportazione; chi non investe conserva la rendita corrente e può acquistare poi la soluzione estera. Gli elettori confrontano però soltanto i servizi visibili: le probabilità di rielezione non riflettono più le rendite attese, e la concorrenza comparativa risulta distorta, generando una disparità endogena.
I risultati mostrano che, se l’investimento è poco oneroso, entrambi i governi investono; se è molto costoso, nessuno lo fa. Per valori intermedi, quando la probabilità di successo e il beneficio dell’innovazione sono abbastanza elevati, può emergere un equilibrio asimmetrico: un governo rinuncia alla rendita presente puntando sul minore costo di approvvigionamento e sulla quota dei ricavi da esportazione futuri; l’altro evita il costo iniziale, massimizza la rendita di cui può appropriarsi prima delle elezioni e confida che il bene sarà comunque disponibile grazie all’investimento altrui.
Un risultato controintuitivo è che migliori prospettive tecnologiche non inducono necessariamente entrambi a investire: se è molto probabile che l’altro paese sviluppi il bene, non contribuire può risultare più conveniente. La diversificazione delle strategie è più probabile quando i governanti danno maggiore peso al futuro; ciò non dipende da una minore pazienza del governo che non investe (i due hanno lo stesso fattore di sconto), ma dal fatto che, una volta che l’altro ha deciso di investire, duplicare l’investimento offre pochi guadagni aggiuntivi e rende relativamente più attraente la rendita presente. Le due strategie rappresentano forme complementari di estrazione delle rendite.
L’impianto teorico, concepito durante la pandemia, non è limitato alle crisi sanitarie: la resilienza digitale ne mostra la portata generale. La strategia estone 2024-2030 punta a rafforzare preventivamente la resilienza digitale, il monitoraggio e le competenze nazionali. Dopo gli attacchi del 2022, l’Albania ha ospitato per tre mesi il gruppo statunitense Hunt Forward per individuare minacce e vulnerabilità: il caso non prova una scelta deliberata di sotto-investire, ma mostra che un governo colpito può ricorrere a capacità sviluppate altrove. Dal 2025 la Riserva europea di cibersicurezza offre, su richiesta, servizi qualificati di risposta e recupero.
La resistenza antimicrobica mostra che il problema resta attuale in sanità anche dopo il Covid-19. Sviluppare antibiotici è costoso e incerto, mentre l’uso prudente limita vendite e incentivi di mercato. Nel 2022 il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) e l’NHS England hanno introdotto, per due farmaci, un pagamento annuo basato sul valore clinico anziché sui volumi; nel 2024 il meccanismo è stato esteso alle quattro nazioni del Regno Unito. Uno studio del 2025 confronta il contributo dei paesi del G7 e dell’Unione europea agli incentivi per l’innovazione antibatterica con quanto ciascuno dovrebbe sostenere in proporzione alla propria capacità economica: Regno Unito e Italia risultano vicini alla quota stimata, mentre gran parte degli altri paesi contribuisce meno. Ciò non dimostra opportunismo, ma evidenzia che alcuni sistemi sanitari potrebbero accedere in futuro ad antibiotici la cui disponibilità è stata sostenuta soprattutto dagli incentivi finanziati da altri paesi.
I due casi rafforzano tre indicazioni dell’analisi teorica: paesi esposti alla stessa minaccia possono adottare strategie diverse anche a parità di capacità iniziali; assistenza esterna e innovazioni finanziate altrove possono attenuare l’incentivo nazionale a investire; il confronto pubblico può non riconoscere costi e rischi sostenuti in anticipo, né i benefici prodotti per altri paesi. Lo studio, pur non identificando la strategia socialmente ottimale, spiega perché i beni pubblici globali possono richiedere l’intervento di istituzioni sovranazionali capaci di condividere i costi della preparazione, rendere visibili i contributi nazionali e ridurre la convenienza di attendere l’iniziativa altrui.
Riferimenti di approfondimento per i casi concreti citati
Estonia, Cybersecurity Strategy 2024-2030: Cyber-conscious Estonia.
European Commission, EU Cyber Solidarity Act; ENISA, EU Cybersecurity Reserve.
NICE, A new model for evaluating and purchasing antimicrobials in the UK.
I casi illustrano applicazioni plausibili del meccanismo; non costituiscono una verifica empirica di comportamento opportunistico.
