Close ties: How trade dynamics and environmental regulations shape international dependence on oil

Cappelli F., Carnazza, G. 2025 – Energy Policy

La crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina ha reso evidente un fatto strutturale: l’Unione Europea (UE) resta fortemente esposta alle – e dipendente dalle – importazioni di combustibili fossili. Più in particolare, non si tratta soltanto della quantità importata di petrolio in sé, ma anche – e soprattutto – dei paesi attraverso i quali passa la nostra sicurezza energetica.

In un recente articolo intitolato “Close ties: How trade dynamics and environmental regulations shape international dependence on oil” e pubblicato su Energy Policy, Federica Cappelli e Giovanni Carnazza analizzano questi meccanismi per i 27 Paesi dell’UE tra il 1999 e il 2019, coniugando la teoria delle reti complesse (la cosiddetta network analysis) con un approccio econometrico. L’obiettivo dello studio è comprendere a cosa sia legata la maggiore o minore dipendenza dalle importazioni di petrolio, considerando tre gruppi di fattori: struttura degli scambi commerciali, politiche ambientali e innovazione tecnologica. Dal punto di vista metodologico, viene impiegato il modello dei minimi quadrati generalizzati (GLS) per dati panel, in modo da tenere conto del fatto che le variabili relative ai vari Paesi europei non sono indipendenti tra loro e che gli errori possono essere correlati. Inoltre, le variabili vengono inserite con un ritardo temporale per ridurre problemi di causalità inversa e la robustezza dei risultati è verificata attraverso stime di modelli alternativi.

L’idea di fondo è che la dipendenza energetica non sia un semplice esito di variabili di mercato (prezzi e quantità domandate), ma il prodotto di due vincoli persistenti. Il primo è il lock-in tecnologico: infrastrutture, competenze, abitudini e investimenti passati rendono costoso e lento sostituire sistemi basati sui combustibili fossili, anche quando esistono alternative migliori, più efficienti o più desiderabili. Il secondo – e spesso sottovalutato – è il lock-in commerciale: quando un paese rimane incastrato in rapporti di approvvigionamento e scambio con determinati partner esteri, dovuti a contratti, infrastrutture logistiche, reti di intermediazione e rapporti consolidati, la diversificazione diviene più difficile e gli effetti di eventuali shock geopolitici tendono ad amplificarsi. Per misurare questi fenomeni gli autori ricostruiscono l’intera rete del commercio di greggio, calcolando tre particolari indicatori di accentramento. In primo luogo, la dipendenza dalle importazioni è approssimata dalla weitghted in-degree centrality, che misura quanto un Paese importa complessivamente, in termini di valore, dalla rete globale. In secondo luogo, la presenza di relazioni privilegiate con nodi influenti è catturata dalla eigenvector centrality, che tende ad aumentare se si è collegati maggiormente a esportatori centrali nel sistema. Infine, la concentrazione delle importazioni viene misurata con l’indice di Herfindahl-Hirschman, calcolato tenendo conto del rischio geopolitico, cioè pesato per il grado di instabilità politica dei paesi fornitori.

Per approfondire le caratteristiche della rete internazionale delle importazioni di petrolio greggio, viene utilizzato il cosiddetto diagramma a corde, considerando i legami commerciali tra 27 paesi dell’UE e il resto del mondo nel suo complesso (indicato come W). Nella Figura 1 gli archi indicano i Paesi, le corde i flussi di scambio, mentre l’ampiezza di ciascun arco misura la quota sul totale delle importazioni.

Figura 1 – Diagramma a corde dal punto di vista dell’import dei 27 Paesi dell’UE
Fonte: elaborazioni proprie su dati OEC (Observatory of Economic Complexity)

I primi risultati sono netti. Da un lato, l’intensità energetica, cioè l’energia impiegata per unità di Pil, spinge verso una maggiore dipendenza, il che rappresenta il lascito quantitativo del lock-in tecnologico. Dall’altro, il secondo indice di centralità segnala che i paesi con legami commerciali più stretti con i grandi esportatori di petrolio risultano più vulnerabili da un punto di vista energetico. Questo aspetto è il lock-in commerciale che tende ad irrigidire le scelte a livello nazionale.

La parte più rilevante, tuttavia, riguarda l’efficacia delle politiche ambientali nel ridurre la dipendenza energetica. A tal proposito, lo studio distingue tra strumenti demand-pull, che agiscono sui prezzi e sulla domanda di energia, e technology-push, che riducono i costi dell’innovazione. Tra i primi, l’Implicit Tax Rate on Energy e il peso delle entrate ambientali sul Pil mostrano un’associazione negativa con la dipendenza energetica: in media, una maggiore penalizzazione fiscale dell’energia prodotta da combustibili fossili si traduce in minori importazioni in termini di valore, coerentemente con un effetto di disincentivo ai consumi e di spostamento verso mix energetici meno inquinanti. Tra i secondi, emerge in modo robusto il ruolo della spesa pubblica in R&S nel settore energetico e, ancora di più, della capacità di trasformare questa spesa in risultati innovativi.

Un punto cruciale che emerge dall’analisi è che non basta innovare. A contare è anche la struttura produttiva. La riduzione della dipendenza tramite innovazione risulta, infatti, più forte nei paesi che hanno un vantaggio comparato nelle esportazioni di tecnologie a basso impatto ambientale. In altri termini, l’innovazione incide davvero sulla dipendenza energetica solo quando si afferma su larga scala produttiva, conquistando quote anche sul mercato globale: la transizione non è solo ambientale, ma anche competitiva.

Infine, lo studio non trova evidenza del green paradox, il quale postula che, se gli operatori si aspettano politiche climatiche più stringenti in futuro, allora i produttori di combustibili fossili potrebbero anticipare l’estrazione per vendere prima che la domanda cali o che le restrizioni aumentino. Al contrario, i risultati sostengono prevalentemente l’ipotesi del divestment effect, secondo cui politiche credibili e stringenti deprezzano capitale e rendite legati ai combustibili fossili, spostando aspettative e investimenti verso tecnologie pulite e, nel complesso, determinando la diminuzione della domanda di petrolio.

Il lavoro si inserisce nel dibattito europeo odierno suggerendo due messaggi operativi. Primo, la sicurezza energetica non si ottiene solo diversificando i fornitori, ma riducendo la probabilità di lock-in commerciale verso nodi sensibili e instabili dal punto di vista geopolitico. In tal senso, la diversificazione va letta nell’ottica della caratterizzazione dei paesi che costituiscono la rete commerciale. Secondo, la politica climatica che risulta maggiormente efficace è quella che combina prezzi e coerenza fiscale con investimenti pubblici in innovazione e capacità industriale. In caso contrario, la transizione energetica rischia di non mettere fine alla dipendenza energetica, spostando quest’ultima dall’importazione di combustibili fossili all’importazione di tecnologie e componenti. In prospettiva, politiche UE coordinate che sostengano R&S, catene del valore ed esportazioni a basse emissioni di carbonio possono ridurre simultaneamente dipendenza dal petrolio e vulnerabilità geopolitica.