Migration and public finances in the EU

Fiorio C.V., Frattini T., Riganti A., Christl M., 2024 – International Tax and Public Finance

L’impatto fiscale dell’immigrazione è tra i temi più controversi nel dibattito pubblico europeo. Secondo l’European Social Survey del 2014, quasi il 44% degli europei riteneva che gli immigrati ricevessero dallo Stato più di quanto contribuissero tramite le imposte. Questa percezione alimenta atteggiamenti negativi e orienta scelte di policy spesso non fondate su evidenze empiriche.

In un recente articolo, “Immigration and Public Finances in the EU”, pubblicato su International Tax and Public Finance, Carlo Fiorio, Tommaso Frattini, Andrea Riganti e Michael Christl forniscono evidenza sul contributo fiscale netto di nativi e migranti nei paesi UE-14 nel periodo 2014–2018, anni che includono la cosiddetta crisi dei rifugiati.

La ricerca si basa sui dati EU-SILC, integrato con EUROMOD (il modello di microsimulazione fiscale europeo, https://euromod-web.jrc.ec.europa.eu/), integrati con dati aggregati scaricabili dal sito di EUROSTAT. Il contributo principale consiste nell’includere, oltre alle imposte dirette e ai trasferimenti monetari, anche le imposte indirette (IVA) e i benefici in natura (istruzione, sanità, edilizia sociale), spesso assenti nelle analisi standard. Il campione copre i 14 paesi UE pre-allargamento 2004 (UE-14), e si concentra su Francia, Germania, Italia, Spagna e Svezia. Per ogni individuo, definiamo il contributo fiscale netto (NFC) come differenza tra imposte pagate e benefici ricevuti.

Il risultato dell’analisi mostra che nell’UE-14, i migranti erano in media contributori netti alle finanze pubbliche, con un NFC pro capite annuo di circa 1.510 euro, contro soli 32 euro per i nativi. Il divario non origina da un maggiore prelievo fiscale sui migranti (il gettito pro-capite è simile tra i due gruppi), bensì dalla minore spesa pubblica che i migranti assorbono (8.200 euro annui contro 9.600 per i nativi). Il vantaggio fiscale dei migranti si conferma anche confrontando individui collocati nello stesso ventile della distribuzione del reddito, con l’eccezione del primo, in cui, peraltro, i migranti sono sovrarappresentati.

Il quadro aggregato cela una marcata eterogeneità. In Germania, Italia e Spagna il NFC dei migranti supera quello dei nativi (in Germania di oltre 3.200 euro pro capite), mentre in Italia e Spagna i nativi hanno addirittura un contributo netto negativo. La situazione è opposta in Francia e Svezia: in Francia i migranti mostrano un NFC medio negativo (circa −1.170 euro). Queste differenze riflettono la diversa composizione della popolazione migrante e le specifiche istituzioni fiscali e di welfare nazionali.

Una scomposizione mediante una semplice analisi di regressione multivariata, rivela che il vantaggio fiscale dei migranti si riduce sensibilmente, fino ad annullarsi, quando si controlla per caratteristiche demografiche (età, genere, istruzione, dimensione familiare), suggerendo una selezione positiva dei migranti su tali caratteristiche. Controllando ulteriormente per lo status occupazionale, il divario si inverte: a parità di probabilità di essere occupati, i nativi risulterebbero contribuenti netti superiori. Il motore principale del vantaggio fiscale dei migranti è dunque la loro maggiore partecipazione al mercato del lavoro.

Il divario nell’NFC mostra una lieve tendenza alla riduzione nel periodo 2014–2018, pur restando positivo a favore dei migranti. Il contributo fiscale netto dei migranti aumenta con gli anni di permanenza nel paese ospitante, principalmente grazie all’aumento della probabilità di occupazione. La quota della popolazione immigrata, invece, non ha effetti significativi sul NFC pro-capite dei migranti.

I risultati di questa ricerca si scontrano con la narrazione, diffusa tra i movimenti populisti e nazionalisti europei, dell’immigrazione come «fardello fiscale» per lo Stato. L’evidenza empirica va nella direzione opposta: nei paesi e nel periodo analizzati, i migranti contribuiscono in media più dei nativi alle finanze pubbliche.

Alcune cautele restano necessarie. L’analisi è statica e non considera gli effetti di equilibrio generale. I dati EU-SILC non includono i richiedenti asilo nelle strutture collettive, sottostimando la componente più vulnerabile. L’eterogeneità tra paesi è marcata e segnala che le istituzioni nazionali (sistema fiscale, welfare, politiche di integrazione) contano moltissimo.

La lezione di policy è diretta: il contributo fiscale dei migranti dipende in misura determinante dall’integrazione nel mercato del lavoro. Politiche che favoriscono l’inserimento occupazionale (riconoscimento dei titoli esteri, formazione linguistica, servizi di intermediazione) sono fiscalmente convenienti, oltre che eticamente desiderabili. Ignorare questa evidenza ha un costo, non solo sociale, ma anche economico.