Conflict, Information, and Regime-Change

Bosco D., Colombo L., Femminis G., 2025 – European Journal of Political Economy

Negli ultimi anni, la scienza politica ha mostrato come la trasparenza informativa—in particolare la libertà dei media—modelli l’azione collettiva e la stabilità dei regimi autoritari. L’informazione influenza sia la consapevolezza dei cittadini circa il proprio scontento e la capacità di coordinarsi, sia la percezione e la risposta dei regimi al malcontento.

Nell’articolo “Conflict, Information, and Regime-Change”, recentemente pubblicato su European Journal of Political Economy, Davide Bosco, Luca Colombo e Gianluca Femminis contribuiscono a questa letteratura formalizzando, tramite un global game, come la scelta di un regime tra libertà dei media e censura influenzi gli incentivi dei cittadini alla rivolta, la distribuzione dello scontento e le prospettive di sopravvivenza del regime.

Gli autori analizzano un regime autocratico che affronta potenziali proteste ogni volta che il malcontento verso lo status quo diventa sufficientemente elevato. Il malcontento è la variabile chiave del modello e riflette le valutazioni dei cittadini sulla fornitura di beni pubblici da parte del regime. Lo scontento individuale è informazione privata, ignota sia agli altri cittadini sia al regime. I cittadini differiscono nel livello di scontento e protestano quando questo supera una soglia determinata dai costi della rivolta e dalle aspettative sulla partecipazione altrui.

Il regime deve scegliere tra libertà dei media e censura. L’informazione pubblica ha due effetti contrastanti. Da un lato, consente al regime di misurare meglio il malcontento medio e di mitigarlo, adeguando — se è possibile reprimere la rivolta — la fornitura di beni pubblici. Dall’altro, riduce l’incertezza dei cittadini sulle azioni altrui, facilitando il coordinamento. In contesti con complementarità strategica —dove l’incentivo individuale a partecipare a una rivolta aumenta quando ci si aspetta che anche altri lo facciano — una migliore informazione può facilitare il coordinamento collettivo e indebolire la stabilità del regime.

L’analisi offre alcune intuizioni centrali. La preferenza di un regime per la libertà dei media o per la censura dipende in modo non monotono dalla sua capacità di resistere a una rivolta. Regimi molto forti o molto deboli tendono a preferire media liberi: in entrambi i casi, i benefici informativi nel misurare lo scontento e nel calibrare la fornitura di beni pubblici superano il rischio di coordinamento derivante da informazioni più precise. Nei regimi forti, una rivolta resta improbabile anche con cittadini bene informati; in quelli deboli, al contrario, politiche mirate possono ridurre il malcontento.

I regimi di forza intermedia, non essendo né pienamente stabili né prossimi al collasso, sono i più vulnerabili agli effetti di coordinamento indotti dai segnali pubblici e tendono quindi a preferire la censura, poiché il rischio di alimentare un dissenso organizzato supera i benefici informativi.

Un ulteriore risultato riguarda il ruolo delle politiche di spesa: senza la possibilità di adeguare la fornitura di beni pubblici in risposta alle informazioni, un regime sceglierebbe sempre la censura. Ciò indica che la libertà dei media è utile agli autocrati non per l’informazione in sé, ma perché consente di individuare e affrontare il malcontento, mantenendo un sufficiente sostegno popolare.

Il quadro concettuale proposto dagli autori contribuisce a interpretare i recenti sviluppi in contesti autoritari e semi-autoritari. I regimi di forza intermedia — né pienamente stabili né prossimi al collasso — hanno il maggiore incentivo a imporre rigidi controlli sui media, poiché l’informazione pubblica facilita efficacemente la capacità dei cittadini di coordinare l’azione collettiva.

Il Bangladesh sotto Sheikh Hasina ne offre un chiaro esempio, ma una logica simile si applica al regime degli ayatollah in Iran. Per oltre quindici anni, il regime di Sheikh Hasina ha mantenuto rigidi controlli sull’informazione e ha usato la spesa pubblica per ricompensare i propri sostenitori. Questa strategia ha funzionato finché il regime è rimasto nell’intervallo intermedio previsto dal modello. Quando le proteste studentesche di massa sulle regole di assunzione nel settore pubblico hanno eroso la stabilità del regime, la censura si è indebolita: una più ampia copertura dei media tradizionali e online ha favorito il coordinamento, contribuendo alla caduta di Hasina nell’agosto 2024.

I regimi più forti affrontano rischi minori di coordinamento e quindi fanno meno affidamento sulla censura. La Cina ne è un esempio: pur non essendo un sistema con media liberi, tollera alcune critiche e forme di dibattito pubblico. Dinamiche simili caratterizzano altre realtà non o solo parzialmente democratiche, quali la `democrazia illiberale’ o l’`autoritarismo soft‘ dell’Egitto di Mubarak e della Turchia di Erdogan. Persino nella Russia di Putin operano ancora fonti di informazione in qualche misura indipendenti, come il Centro Levada, classificato fin dal 2016 come “agente straniero”.

Alcuni regimi sfruttano, invece, l’apertura dei media per migliorare la governance. Singapore è un caso emblematico. Il People’s Action Party, al governo ininterrottamente dal 1965, consente una sostanziale libertà dei media, associata a politiche mirate che riducono il malcontento—esattamente le condizioni che, nel modello degli autori, inducono a preferire media liberi.

Per concludere, il modello proposto mostra che l’informazione nei regimi autoritari ha un duplice effetto: aiuta i governanti a individuare e gestire lo scontento, ma consente anche ai cittadini di coordinarsi. Che la libertà dei media rafforzi o indebolisca un regime dipende dalla sua forza e dalla capacità di rispondere con politiche mirate. Gli eventi recenti indicano come gradi diversi di libertà dei media influenzino le aspettative degli individui circa la disponibilità altrui a esprimere il proprio dissenso, influenzando la scala della mobilitazione. Comprendere questi meccanismi è fondamentale per prevedere quando possono emergere azioni coordinate e cambiamenti di regime.